Confessione di un vivisettore pentito: “Così muoiono i cani nei laboratori”

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“L’abbiamo chiamato Rodney – racconta Peter M. Henricksenrelativamente alla sua esperienza nel laboratorio –era un grande meticcio di pastore tedesco. Un orecchio l’aveva dritto, l’altro lo faceva penzolare quando camminava. Era, solo esteticamente, nulla di particolare, uno come tanti delle migliaia di cani che sono al mondo. Allora ero nella specializzazione veterinaria e lui proveniva da un rifugio locale. Nei tre mesi successivi quattro di noi hanno fatto interventi chirurgici su di lui..

Era sempre felice quando ci vedeva e sbatteva la sua coda contro la grata della sua piccola gabbia. La vita di Rodney non era granché: una pacca gentile sul sedere ed una breve passeggiata erano i momenti salienti della sua giornata. Come prima cosa l’abbiamo castrato. Normalmente in 20 minuti lo si faceva ma per lui c’è voluto mezz’ora, ed a causa di un’eccessiva dose di narcotico, si è risvegliato solo dopo 36 ore.
Due settimane dopo, per scopi di ricerca, l’abbiamo operato all’intestino, l’abbiamo aperto e richiuso. Ma non bene, perché il giorno dopo la cucitura si era aperta e lui sedeva sul suo intestino tenue. In tutta fretta l’abbiamo ricucito. Ed è sopravvissuto. Ma c’è volute una settimana affinché potesse rincamminare. Ma comunque lui ci scodinzolava con la sua coda e ci salutava così contento, come le sue forze glielo permettevano”.

“La settimana dopo, di nuovo narcotizzato, gli abbiamo rotto una gamba e gliel’abbiamo riparata con una matita di metallo. Dopo questo intervento sembrava che Rodney avesse dolori in continuazione. La sua temperatura è aumentata e non era più lo stesso. Nonostante gli antibiotici, non si è ripreso. Non poteva più camminare e quando lo andavamo a trovare, scodinzolava pochissimo. La sua gamba era rimasta tesa e gonfia. Un pomeriggio l’abbiamo poi soppresso. Con la vita che uscì dal suo corpo, la mia posizione sulla ricerca con animali cominciò a cambiare. Ora sono dell’opinione che ci sono riflessioni morali ed etiche che superano una possibile utilità. Solo per il fatto che, per caso, siamo la specie più potente sulla terra, abbiamo sì il potere, ma non il diritto, di maltrattare i cosiddetti ‘animali inferiori. Lo scopo non santifica i mezzi”.