India, la rivolta delle spose bambine “Lasciateci studiare e crescere libere” (di Adriano Sofri).

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BENISAR (INDIA)
IL VILLAGGIO si chiama Benisar, è nel deserto di Thar, nel Rajasthan favoloso. Il primo appuntamento è in uno stanzone della scuola. Ci sono una sessantina fra bambine, ragazze e giovani donne, qualcuna col proprio bambino. Non conoscono la bella condizione di Virginia Woolf, “una stanza tutta per sé”, ma se la sono conquistata. La loro bandiera è l’abolizione del matrimonio infantile. Una metà dei matrimoni segue ancora questa triste tradizione, benché una benedetta legge abbia fissato nel 2006 l’età minima per sposarsi a 18 anni per le donne e 21 per gli uomini.
BUONE leggi ci sono, il problema è attuarle: come per il divieto di conoscere in anticipo il sesso dei nascituri. Il divario fra legge e fatti si riduce proprio in villaggi come questo, apparentemente i più immuni ai cambiamenti. Bambine e ragazze parlano a turno, e si vede che ci hanno preso confidenza: avevano cominciato prendendosi uno spazio per lo sport, come i maschi. Poi per discutere del proprio destino. La canzone che cantano è rivolta ai padri. Hanno disegnato cartelloni: uno mostra in 4 quadri successivi come avviene l’aborto delle bambine.

Dicono che la cosa più importante è poter continuare anche la scuola secondaria. Che i ragazzi per sembrare sicuri stanno sempre insieme (intanto i ragazzi si affacciano, curiosi e un po’ intimiditi). Che i ragazzi si sentono liberi quando loro non sono libere, e la vera libertà è un’altra. Che i loro genitori si sono abituati a parlarne, e anche il Panchay, il consiglio del villaggio che sta alla base dell’autogoverno, e una delle loro più impegnate è stata appena eletta.
Hanno promosso feste dell’orgoglio di essere femmine, e ora anche gli anziani sono orgogliosi di loro, da quando il villaggio, dichiarato “Liberato dal matrimonio infantile”, si è guadagnato una rinomanza impensata. Dopo l’assemblea separata — le ragazze coi visitatori stranieri e i promotori della campagna, l’Unicef e l’ONG locale Urmul dell’infaticabile gandhiano Arvind Ojha — si va all’aperto, dov’è radunato ad aspettare il resto della comunità: è il Mahashivaratri, la grande festa dedicata a Shiva nel giorno delle sue nozze. Le femmine al centro, i ragazzi dietro e attorno, gli anziani a sinistra, i soli a sedere su delle panche, gli uomini a destra, in piedi, e il palco, dove avviene la premiazione delle ragazze e dei notabili che si sono distinti nella campagna, “Girls, not Brides”. Alla fine, sugli spazi bianchi di grandi striscioni, tutte le autorità del villaggio e i forestieri in qualità di testimoni firmano: qui i matrimoni infantili sono al bando. La cerimonia dura ore, e ha una solennità piena di allegria. Un cambiamento d’epoca si certifi- ca in una piena non violenza: nello stesso tempo in cui il sedicente Stato Islamico a Raqqa e a Mosul decreta con truce violenza che l’età del matrimonio femminile è 9 anni.
Ero arrivato in ritardo rispetto al proposito del giornale, di informare sugli episodi di violenza contro le donne che avevano suscitato una ribellione senza precedenti in India: specialmente lo stupro di banda e le torture mortali a una giovane donna a Delhi, 2012. Ancora due giorni fa ha fatto il giro del mondo lo stupro e l’uccisione di una bambina di 7 anni nel Maharashtra. L’India tornava alla ribalta come il paese dell’aborto selettivo e dell’infanticidio delle bambine, dell’analfabetismo femminile, delle discriminazioni di genere raddoppiate da quelle di casta, delle morti di parto e di sterilizzazione, della cacciata delle vedove. La memoria del rogo vedovile, il suttee del Giro del mondo in 80 giorni, benché la legge indiana punisca anche l’apologia del suttee. Prima di partire, siccome l’agenda era quella, avevo riletto un libro uscito nel 1927, “Mother India”, che aveva avuto un enorme successo, poi anche cinematografico. L’autrice era Katherine Mayo, un’americana di buona famiglia, molto conservatrice “white-anglosaxon” che in capo a sei mesi in India aveva stilato una requisitoria veemente. Mayo apprezzava Gandhi, ma lo dava già per «superato », e si augurava la sopravvivenza dell’impero britannico. Le reazioni indiane furono innumerevoli: per lo più, ebbero la debolezza di rinfacciarle un’esagerazione. Lo stesso Gandhi volle replicare: il libro era scritto «con intelligenza e forza», ma gli sembrava il rapporto di un ispettore delle fogne, e riduceva l’India alle sue fogne. Ho pensato che il libro della Mayo stesse all’India di allora un po’ come “La rabbia e l’orgoglio” di Oriana Fallaci è stato all’Islam contemporaneo, e che anche le reazioni suscitate si somiglino, in quell’incentrarsi sull’eccesso. Il capitolo di Mayo sui matrimoni infantili si intitolava: “Presto per sposarsi, presto per morire”, e riportava agghiaccianti resoconti sanitari. Avrebbe potuto essere questo il succo delle mie corrispondenze, sennonché sono venuti i villaggi nel deserto, le assemblee di ragazze, le riunioni dei Panchay, le discussioni con le persone dell’Unicef e di Urmul, e anche con i governanti locali. Nel prossimo villaggio, Suranjar, prima c’è stata una lunga seduta del Panchay aperta a noi visitatovuole ri. Le donne tenevano banco anche qui, e gli uomini interloquivano senza alcuna suscettibilità. Era successo che la fierezza di essere “Child Marriage Free”, villaggio liberato dal matrimonio infantile — vanto, finora, di alcune decine di villaggi in due anni di campagna — era stata incrinata da un matrimonio deciso di nascosto da due famiglie. Che cosa deve fare allora la comunità? Denunciare per la violazione della legge, o discutere ancora con i responsabili, capire che cosa li muovesse, persuaderli del danno che facevano a tutti e prima ai loro figli? C’è la questione delle doti: le figlie sono anche un peso economico, di cui liberarsi prima possibile. Succedeva anche da noi, e le figlie senza dote finivano monacate a forza, in una prigionia disperata come nelle famiglie tiranniche e nella clausura maritale. Quando la discussione si è fatta più tesa e insieme intima, si è sollevata la questione più delicata («E’ molto difficile…», avevano sospirato le signore indiane dell’Unicef): se gli uomini sono gli attori primi del pregiudizio contro le bambine, che cosa si deve pensare delle madri? Oltre a essere indotte, o costrette — spesso da altre donne, le suocere — a privilegiare grossolanamente i figli maschi, fin dalle razioni di cibo, forse amano meno le figlie? Le donne sono insorte: «Io amo perdutamente le mie due figlie!», ha proclamato la più combattiva. Ma non può darsi che proprio per questo una madre sia indotta a staccare da sé la propria bambina, che fra poco le sarà strappata e data in balia di ignoti e forse malevoli? Che si comportino un po’ come chi abbia avuto in una provvisoria adozione una bambina, e sappia di doverla restituire ad altri, e speri di rendere meno dura la mutilazione deludendo la sua domanda di amore? Hanno negato tutte, recisamente.
Dopo, anche qui tutta la comunità si è radunata per la cerimonia, e lo spettacolo di marionette. In un villaggio indiano del deserto i bambini guardano le marionette facendo tutte le facce. Allora: una figlia, appena adolescente, chiede alla madre di uscire con un’amica. Vai, le dice la madre, ma per carità, torna prima che rientri tuo padre. Lui rientra, non la trova, e strepita perché gli manca la serva che il padrone si aspetta quando torna. Scena seconda: il padre e un mezzano con cui combinare il matrimonio della bambina. Terza: il padre prepara sacco e bastone, perché sono passati due anni e partire a far visita alla figlia. La madre gli dice di no, che la bambina è morta di parto. Il padre si dispera, fine. Lo spettacolo era anche comico, si è molto riso e ci si è molto arrabbiati. Ora le ragazze, e anche qualche ragazzo, vanno al microfono. «Poteva capirlo prima, che la presenza di una bambina illumina la casa!». “È morta perché era troppo piccola, e forse aveva l’anemia!». Una bambinetta di 7 anni non in programma arriva fino al musicante che passa il microfono, un pezzo d’uomo, lo tira per la manica perché vuole recitare una breve poesia. Samuel Mawunganidze, che è a capo dell’Unicef per il Rajasthan, è dello Zimbabwe e ne ha viste tante, è commosso: quando le bambine piccole vanno a prendersi il microfono di propria iniziativa, dice, vuol dire che i tempi, they are a’changing… Finalmente, quando si è già fatta sera, tutta la comunità pronuncia il giuramento solenne che mette per sempre al bando il Matrimonio infantile.
Naturalmente, un centinaio di villaggi nel Rajasthan e altrove è davvero, per restare in loco, una goccia nel deserto del miliardo e duecentomila indiani. Questo è un pensiero. L’altro è che stanno succedendo in India chissà quante altre cose così belle, e soprattutto che se succede in un villaggio del deserto, dopo novant’anni in cui le cose sono così poco cambiate dai tempi dell’invettiva della signora Mayo, vuol dire che può succedere dovunque. Anche nelle fogne.
Da La Repubblica del 21/02/2015.