Il mio nome è Ayrton

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Battermi al volante è nel mio sangue” diceva. “Non sfuggire alla lotta è nella mia natura. Io voglio essere il più veloce, io voglio dimostrare di essere il migliore. Corro per il piacere di vincere”. Le corse, Ayrton Senna le conosceva già da quand’era piccolo, perché da quand’era piccolo le immaginava già. Era un bambino che giocava con le macchinine per ore, che quando provava un paio di scarpe nuove si metteva a correre per poi fermarsi di colpo, e se non si bloccava subito le scartava perché frenavano male.

Nato per correre – È nato per correre, è morto correndo. È l’ultimo eroe della vecchia Formula 1, l’ultimo a perdere la vita in pista. È morto come tutti si muore, come tutti cambiando colore, ma non si può dire che non sia servito a niente, perché prese un mondo e un Paese per mano. Perché ha incarnato l’ordine e il progresso, parole che il Brasile ha scritto sulla bandiera, e ne ha fatto stile di vita, ne ha fatto uno specchio in un cui un popolo si è ammirato, finalmente fiero dell’immagine che ne vedeva riflessa. Perché ha portato la Formula 1 dove nessuno aveva immaginato, ha guidato come nessuno riteneva possibile, soprattutto sul bagnato, e col suo sacrificio ha fatto riscrivere tutti i parametri di sicurezza per le macchine e le piste. Perché ha cambiato l’immagine del pilota, ha spinto un carattere magmatico, di quelli che prendon fuoco facilmente, a livelli di studiata crudeltà sportiva come non si erano mai visti in Formula 1. Così, in un fotogramma che sembrerebbe fin troppo studiato se non fosse tragicamente reale, in quel fatale settimo giro alla curva del Tamburello vedeva nella sua scia Michael Schumacher, che a sangue freddo quei comportamenti li ha spinti ancora un po’ più in là.

Sogni e nostalgia – Larger than life, più grande della vita, come solo le icone e le leggende sanno essere, trasudava un’aura che sfiorava l’estasi mistica e anche oltre, se è vero che Dio gli è apparso in curva a Suzuka durante il doppio sorpasso a Prost e De Cesaris, firma indelebile sul suo primo titolo mondiale. Leggenda mistica, al di là del bene e del male, con il suo bene e il suo male al di sopra di lui come una legge, ma allo stesso tempo umano, troppo umano. Contrastato come solo chi arriva da una nazione di contrasti accecanti. È un privilegiato, il padre ha fatto fortuna producendo maniglie per portiere e accessori per la Ford e la Volkswagen, che però si apre all’aiuto. Prova a cambiare il suo mondo, prima ancora del suo sport, e incarna tutti i colori della saudade dei romanzi di Amado, quell’insopprimibile principio di tristezza in fondo all’anima di ogni brasiliano che è nostalgia del passato e insieme del futuro. Quella saudade che è rimpianto per quel che si è perso e speranza di realizzare qualcosa che non sarà, ma per cui si continua a combattere, ci si continua a battere. Perché non puoi cambiare il mondo da solo, ma se smetti di sognare non hai più alcuna ragione di vivere. I suoi, quelli di correre in Ferrari e chiudere la carriera correndo gratis l’ultimo anno in Minardi, si sono spezzati insieme piantone dello sterzo rotto e mal saldato dai meccanici Williams, come rivelò subito lo scoop di Autosprint. E chissà se il sonno della morte sia meno duro nella sinestesica cornice del cimitero per ricchi di Morumbi, incastrato fra condomini per poveracci: gli estremi che ha cercato di unire in vita, congiunti nell’eternità.

Contrasti – Ha provato a cambiare la Formula 1, Senna, senza mai cambiare se stesso, senza mai cedere dal suo principio guida. “La cosa più importante è essere te stesso, senza permettere a nessuno di ostacolarti, senza essere diverso perché qualcuno vuole che tu sia diverso”. È qui la radice dell’incompatibilità con Prost, il Professore tanto a suo agio nella mazariniana arte di governare pro domo sua le sottigliezze politiche di uno sport come la Formula 1. Si sono odiati e attratti, zenith e nadir di un mondo in cui hanno brillato come i due soli di un’intera generazione. Si sono respinti, Senna ha causato l’addio di Prost dalla McLaren nel 1989, quattro anni dopo il francese fa aggiungere al suo contratto con la Williams una clausola che vieta l’ingaggio del brasiliano. Si sono scontrati, ed era inevitabile, il principio di azione e reazione non ammette eccezioni. L’azione, a Suzuka 1989, ha i canoni dell’ingiustizia, per quella squalifica comunicata a Senna solo a gara conclusa e per un comportamento, essere rientrato in pista dopo la chicane facendo lo slalom tra le barriere di pneumatici tra le vie di fuga, che mai era stata punita prima di allora e che l’anno successivo i piloti, nel briefing pre-gara, chiederanno sia ammessa.

La rivalità con Prost – Un’azione vissuta come un complotto, un altro insopprimibile tratto di una personalità molteplice, la debolezza di un cavaliere senza macchia che maschera la paura e si convince di lottare solo contro tutti. Lo crede da sempre, almeno da quando sale per la prima volta su una Formula 1, nei test del 1983. Prova quattro monoposto, compresa la McLaren di Ron Dennis, dove tornerà solo anni dopo, e la Brabham di Bernie Ecclestone. A sorpresa, il più veloce è l’italiano Mauro Baldi, ma Ecclestone vuole il brasiliano e lo porta a Londra sul suo jet privato, perché deve poi partire per gareggiare a Macao, dove firmerà una delle sue vittorie più straordinarie. Alla fine sarà scelto Teo Fabi, perché Calisto Tanzi, che sponsorizzava la scuderia con la Parmalat, voleva un italiano. Ma Senna si convince che il connazionale Piquet, con cui ha avuto un rapporto che definire conflittuale è dir poco, abbia imposto a Ecclestone di non ingaggiarlo: come se l’attuale padrone della Formula 1 si facesse dare ordini dai piloti. Con lo stesso senso di rivalsa degli oppressi, delle vittime di un’ingiustizia, ha vissuto la sospensione del GP di Montecarlo nel 1984, quando sotto il diluvio stava rimontando tre secondi a giro a Prost, e la vittoria negata a Suzuka. Due decisioni dal suo punto di vista maturate per la stessa causa, e con lo stesso colpevole: il presidente della FISA, la federazione internazionale, il francese Jean-Marie Balestre, accusato di voler favorire Prost. E nella sua reazione a quell’ingiustizia, dopo lo speronamento alla prima curva nel 1990 che gli dà il terzo titolo mondiale, il suo volto è una tela, lo specchio di un’anima tormentata, non c’è la malizia, la soddisfazione di chi è abituato a piegare le regole e giocare nelle zone grigie. C’è l’amarezza di chi si è sentito costretto ad andare contro i suoi principi per far la cosa giusta. Su quel volto si leggono la storia e il destino di una rivalità che li ha uniti più di quanto potessero allora intuire: si sono respinti, si sono odiati, ma avevano bisogno l’uno dell’altro. In fondo, dal ritiro di Prost, Senna non ha mai più vinto un Gran Premio, non ha vinto nemmeno l’ultima sfida, sui kart nel 1993 a Bercy. E dal giorno della morte di Ayrton, Alain non ha più ottenuto alcun successo nella sua esperienza da costruttore. Non può essere un caso.

L’eredità – Come non può essere un caso l’adorazione che ancora ne circonda la memoria. Non è per le 41 vittorie, per le 13 affermazioni sul bagnato (indimenticabile a Donington 1993, forse la miglior performance di sempre sotto la pioggia), non è per le 65 vittorie in 161 gare. Ayrton, ha detto la sorella Viviane in un’intensa intervista concessa a Autosprint, “mostrò un lato positivo del Brasile che prima era nascosto”. In un Paese che non ha mai del tutto superato un complesso di inferiorità forse retaggio della colonizzazione portoghese, “dimostrò al di là dei luoghi comuni che noi brasiliani potevamo vincere, avere una consistenza mentale in grado di superare qualsiasi genere di ostacolo”. Per i brasiliani non è mai stato solo un campione. “Rappresenta uno specchio, per chi lo guarda. La promessa di un’ispirazione”.

fonte: http://motori.fanpage.it/il-mio-nome-e-ayrton/#ixzz3V2tgGffo